28 marzo 2017

IL GUSTO DELLA LETTURA



In mancanza di recensioni, si pubblicano racconti.



Ferdinando Malabresca si sistemò il nodo alla cravatta, che gli veniva sempre un po' storto, e si sorrise, ricevendo dal suo sé riflesso nello specchio un identico ghigno che, a seconda dello stato d'animo dell'interlocutore, avrebbe potuto essere scambiato per una smorfia di disprezzo o un lieve accenno di simpatia.

Annuì, lasciando che il ciuffo appena ingrassato dal gel si piegasse verso il confine tra pelle e capelli, e si voltò, arrotolandosi nelle narici l'odore del caffè. Alle sue spalle, Vera, una tazzina di porcellana con il solito caffè ristretto, nero e bollente in mano, lo osservava soppesando con muliebre orgoglio quel pezzo d'uomo che aveva saputo scegliere con così capace perizia, tra dozzine di uomini a pezzi che le si erano, con gli anni, gettati ai piedi, implorandole un bacio, non importava quali labbra avesse loro offerto. 

Gli si avvicinò e gli porse la tazzina, mordendosi un poco il labbro inferiore quando lui lo portò alla bocca, temendo che una goccia di caffè, nel tentativo di sfuggire al destino che l'avrebbe condannata a vagare nel labirinto di budella fino al fondale nauseabondo delle viscere più vicine allo sfintere, avrebbe irrimediabilmente macchiato la bella camicia bianca, odorante di amido e vapore. 

Ma Ferdinando Malabresca non era tipo da macchiarsi camicie, non era tipo da macchiarsi di nulla, e lo sapeva bene lei, che lo aveva scelto tra dozzine, che dico, centinaia di uomini, quando ogni sera, nel gettare nel cesto dei panni sporchi la camicia usata, non vi trovava sopra la benché minima traccia di lavoro. 

Lui le restituì la tazzina e Vera si tirò sulla punta dei piedi, chiusi in deliziose pantofoline di lana, per donare e ricevere il più casto bacio che avesse mai dato e ricevuto. Quelli più sinceri sarebbero venuti con la notte, e dato che quel giorno si sarebbe tenuta una presentazione importante alla libreria che Ferdinando gestiva con imprenditoriale padronanza, Vera sapeva che sarebbero stati baci appassionati, e che le lingue non si sarebbero limitate alle bocche, e che avrebbe forse fatto meglio a tirare fuori, dalla scatola celata nel punto più alto della libreria, certi giochi e certi pizzi e certi nastri di pelle, perché prendessero aria e fossero pronti per il dopocena. 

Con tali pensieri nel cuore e nel ventre, Vera salutò suo marito, agitando a ventaglio la piccola mano libera, socchiudendo un poco le palpebre per non lasciarsi sfuggire del tutto le immagini evocate dai pensieri di cui sopra. 

Alla chiusura della porta del suo appartamento, al terzo piano del miglior palazzo signorile della città, Ferdinando Malabresca era già in garage, aveva già infilato la chiave nell'accensione, e adesso tamburellava con le dita sul volante mentre il cervello elettronico dell'auto terminava i controlli di routine. Ne venne fuori che sembrava esserci una carenza di olio, e che il conducente avrebbe fatto bene, tra una dozzina di chilometri, a fermarsi alla prima stazione di benzina per un controllo. Fernando sollevò un sopracciglio, poi mise in moto e uscì dal garage e dal cortile di proprietà, immettendosi nel traffico convulso di un classico mercoledì mattina. 

L'appuntamento alla stazione era per le dieci. Aveva quindi trenta minuti per raggiungere il posto, trovare parcheggio e fermarsi sulla banchina, in attesa dell'ospite. Doveva anche passare a ritirare il pacco dei libri che la casa editrice gli aveva spedito insieme al suo autore, e che da ieri se ne stava a sonnecchiare nel magazzino del corriere. 

Poiché era in tempo per far tutto, Ferdinando si rilassò al volante, accese la radio e fischiettò a denti stretti una delle hit più suonate al momento. Si trattava di una canzone grottesca, che detestava dal fondo dell'anima, pure non gli riusciva di togliersela dal cervello. Problema quanto meno singolare e sul quale non avrebbe mancato di approfondire. Ma ecco, proprio sulla voce sgradevole del dj, e come mai avessero messo un uomo dalla voce tanto orribile in una radio non gli riusciva di capirlo, apparve il segnale che indicava la stazione. Azionò la freccia e in un tic tac svoltò, scalando una marcia perché la stazione si trovava su una vecchia collinetta, un tempo lontano sorta come deposito di detriti della vicina cava. 

Il parcheggio, come al solito, era affollato e, dopo diversi giri, a malincuore si vide costretto a parcheggiare dove non avrebbe dovuto, sperando che il treno fosse in orario e che nessun disabile avesse necessità di salir su vagoni.

Il treno, per una volta, era in orario. 

Avrebbe quindi dovuto attendere pochi minuti, cinque, non più di dieci comunque. Approfittò dell'attesa per telefonare a Pia e controllare che in negozio fosse tutto in ordine. La ragazza aveva una notizia buona e una meno buona: da quella mattina stavano allestendo la sala interna per la presentazione, e i preparativi erano ormai agli sgoccioli ma, in compenso, il cuoco ancora non si era visto. Lei aveva provato a chiamarlo, ma non era riuscita a raggiungerlo. 

Ferdinando la ringraziò e riattaccò mentre il treno sopraggiungeva. Si scostò dalla linea gialla e osservò lo schermo del cellulare. In presenza dell'autore fare scenate al telefono gli sembrava il massimo della cafonaggine, pure quel cuoco lì dovevano assolutamente sostituirlo: non era mai stato puntuale, una volta aveva persino rischiato di sabotare una riuscitissima presentazione, e aveva sempre sulla faccia l'espressione di un vegetariano costretto a lavorare in una macelleria. Se non era d'accordo con le politiche aziendali, se la paga non lo soddisfaceva se, per Dio!, non era contento di fare il cuoco, glielo avrebbe dovuto dire e avere il buon gusto di levarsi di torno che lui, per parte sua, ne aveva già altri sei pronti a prendere il suo posto. 

Ad ogni modo avrebbe risolto la situazione quella sera stessa, al termine della presentazione. Nel frattempo bisognava pensare all'ospite, accoglierlo, farlo sentire a suo agio. Ferdinando si infilò il telefono in tasca e andò incontro allo scrittore. Ne riconobbe subito il volto: due occhi porcini nascosti sotto guance soffici e rubizze, labbra turgide e un naso un po' cascante. Si muoveva a fatica, ondeggiando sulla gamba di legno come una trottola sbilanciata. Ma avanzava, il gargantuesco scrittore Damiano Ciclamini, autore della celebre “Fuga dalla realtà in Si bemolle”, candidato ai premi più ambiti. Salameccato dalla critica, Damiano Ciclamini ballonzolava da un reading all'altro, mettendo la sua mole gigantesca e morbida al servizio dei lettori, arrivando a raccogliere attorno a sé orde di fan estasiati tanto dalla sua persona quanto dalla sua scrittura, definite entrambi sublimi e prelibate.

Si strinsero la mano al centro della banchina, nel lieve ansimare dello scrittore, Ferdinando Malabresca gli illustrò i piani della giornata: prima, un incontro alla radio, poi un breve risposo, quindi, il pomeriggio, la presentazione e il successivo reading con buffet. L'autore scodinzolò una mano, a dire che conosceva le routine della faccenda, e si fece indicare la macchina, verso la quale si diresse nel suo solito modo di incedere, anticipando di qualche passo il Malabresca. 

Mentre aspettava che il suo ospite prendesse posto, Ferdinando decise che avrebbe fatto bene a richiamare Pia e a inviarla dal corriere perché le consegnassero i libri. 

«Ci sarà pubblico?» domandò con un po' d'affanno il Ciclamini. 

Ferdinando annuì, dopo aver chiuso telefonata e portiera. «Tutti i tavoli sono già stati prenotati» disse, ingranando la marcia.



***


Damiano Ciclamini giaceva sul banco da lavoro, gli occhi chiusi nel conforto dell'anestetico, mentre Ferdinando Malabresca, la camicia intonsa, ostentava al pubblico asserragliato nel locale il chilo di carne appena slabbrata dal corpo dell'autore. Al suo fianco, Pia ricuciva la ferita, adoperandosi con perizia chirurgica con ago ricurvo e filo nero. Il taglio era preciso, la sutura avrebbe dato qualche noia all'autore, ma nulla che ne compromettesse la vita né la prosa. Era per questo che scrittori come il Ciclamini avrebbero prosperato a lungo, mentre elfici chiodi rinseccoliti come la Gloriolina Desdemoni, pur mente volitiva e di talento, non erano andati oltre la prima opera pubblicata, riciclandosi poi, con la protesi guadagnata dal quel piccolo successo editoriale, a un ruolo da segretaria, dimenticata da critica e pubblico. 

“Bisogna avere il physique du rôle per fare lo scrittore. Non ci si improvvisa”, era il motto del grande critico Stefano De Stefani. E nessuno come lui, che per la cultura aveva sacrificato due gambe, sapeva di cosa stava parlando.

Il cuoco alla fine era arrivato, e per un poco non si era scontrato con l'autore che scendeva dall'auto dopo un sonno conciliatore. Si era scusato con Ferdinando, avanzando inverosimili contrattempi, che non gli avrebbero evitato il licenziamento dopo quella serata, e aveva a malapena rivolto un cenno al Ciclamini.

Ora, mentre Pia spingeva la barella con l'autore, che stava riprendendo conoscenza, fuori dalla sala dove si sarebbe tenuta la sporzionatura e l'asta, il pubblico aveva preso a rumoreggiare e già a voce si facevano i primi calcoli di offerta. Assieme alla pregiata carne, i presenti avrebbero portato via il libro dello scrittore e, in base all'offerta, una o due delle sue opere future, così come stabilivano i contratti di edizione.

Il cuoco, alle spalle di Ferdinando, separato dal set di teste e libri da una lastra di vetro, osservava la scena con la solita faccia avvilita e disgustata. Ma cosa poteva fare? Erano decenni che il mercato si regolava così, dal primo che aveva detto che i libri andavano distribuiti gratuitamente, che la cultura era vitale, come il cibo, e come tale andava trattata. Ed era stato preso in parola. 

Mai, prima di allora, gli scrittori si erano trovati tanto ricchi: bastavano pochi grammi di carne per ottenere uno stile di vita dignitoso e permettersi di vivere col proprio lavoro. Un sacrificio risibile per poter diffondere le proprie storie. E, del resto, lui non era che un cuoco. Se anche si fosse rifiutato, altri ne avrebbero preso il posto. E allora che cosa avrebbe fatto? Si sarebbe messo a scrivere le sue memorie? Al pensiero, una risata gli risalì dal cuore, squassandogli i polmoni e la gola. E tossicchiando e ridendo, il cuoco affondò il coltellaccio da dodici in un grosso e morbido filetto, lasciando che il grasso sgocciolasse sulla lama, poi si voltò, cominciando a preparare il soffritto.

***

//Nomi di persone, cose, animali e città sono inventati e non si riferiscono a nessuno in particolare, né vivente, né defunto, né embrionalmente presente ma ancora innato.//

Restiamo in contatto? InstagramTwitterGoodreadsFacebook

25 marzo 2017

Scrivere è un mestiere pericoloso. Terza parte: SCRITTORI CHE LA FANNO FINITA

Dopo la pausa Ewersiana, torniamo a occuparci di cose serie, e cioè del perché l'OMS dovrebbe impegnarsi per fare campagne di dissuasione dalla scrittura.

Ora. Nella casistica delle cause di morte tra gli scrittori, pare che il suicidio sia secondo solo all'infarto. E non è, probabilmente, un caso.

Posate per un istante la penna.

Date retta ad alcuni di coloro che non sono riusciti a fermarsi in tempo.

Quello che fluisce dalla stilografica non è inchiostro: è il nostro sangue.

21 marzo 2017

DINOSAURIA, Aa. Vv. - Recensione e Intervista agli autori


A chi non piacciono i dinosauri?
Creature gigantesche, per certi aspetti ancora misteriose, che si portano appresso un nome sbagliatissimo, ora che sappiamo con ragionevole certezza che con le lucertole c'entrano ben poco.

"Ve l'avevo detto."

Il mio primo incontro con un dinosauro è al cinema. Me ne sto tranquilla a ingozzarmi di dolci quando vedo, nella tenda alle spalle di mio fratello, profilarsi la sagoma di un velociraptor. E, all'improvviso, divento tutt'uno con la gelatina che sto mangiando. Be', forse non ero proprio io...

Pur con le sue falle scientifiche, Jurassic Park è quel film che ha cresciuto orde di ragazzini nel sogno di diventare paleontologo (con la segreta speranza di ritrovarsi, un giorno, faccia a faccia con un raptor), salvo poi scontrarsi con realtà che, come suo solito, mentre viaggiate spensierati sulla strada dei desideri vi ci costruisce a tradimento un bel muro di mattoni belli pesanti, e si mette di lato osservando come i vostri sogni vanno in frantumi.

Succede quindi che i ragazzini di allora, ora ben al di là della maggiore età, si ritrovino a vagare smarriti e contusi per il mondo, alla ricerca di un modo per colmare il vuoto e la scontentezza.
E che c'è di meglio, per riempire il vuoto di cui sopra, che spiaggiarsi su un divano, a leggere di dinosauri?

Dinosauria nasce da un'esigenza del genere, come scrive il curatore Lorenzo Crescentini nell'introduzione alla raccolta: 
“Un bel giorno mi sono svegliato con la voglia di leggere un libro di storie sui dinosauri. Più tardi, sempre lo stesso giorno, mi sono scontrato con la dura realtà: ce ne sono davvero pochi.”

Se il materiale manca non è però detto che si debba ricominciare a vagare come polli in un pollaio: si può decidere di crearlo. Tanto più che, in questo caso, creazione è il termine decisamente adatto: si radunano degli scrittori valevoli, che come plus amano i dinosauri, e gli si dà carta bianca, chiedendo loro di scrivere la loro versione di Il mondo perduto.


Ed è così che si arriva a questo agile volume che, in poco meno di centosessanta pagine, mette insieme sei diversi “what if” che hanno per tema i “grandi rettili”.

18 marzo 2017

Scrittori dimenticati. HANNS HEINZ EWERS. Ragni, Mandragore e Femmes fatales

I suoi modi erano melliflui, insinuanti, formalmente educati ma provocanti, di una salace indecenza
ritratto di Ewers di Martha Dodd, da Richard Mills, "Cavern of the Soul", in Nyctalops 10, così come riportato da Pietro Guarriello, in Hanns Heinz Ewers. Il mago del terrore, Hypnos anno III vol 5

Ritratto di H. H. Ewers di Gino Andrea Carosini

Tralasciamo per questo sabato la black list della scrittura per dedicarci a un autentico black writer; un autore che, se non fosse stato per certe sue discutibili scelte politiche, oggi troneggerebbe senza problemi nell'empireo dei mostri sacri del fantastico, assieme a Poe, Lovecraft, C.A.S. e Co.

O forse no.

Perché ciò che è certo è che Hanns Heinz Ewers non fu mai un uomo facile: un sorriso sardonico perennemente stampato in faccia, edonista, curioso osservatore della realtà e incessante sperimentatore di quanto la vita aveva da offrirgli, che fossero droghe o rituali voodoo, Ewers fu un autore degli eccessi, di opere di una sensualità straripante e maligna, velenosa come una droga. 

Ma ecco che vi vedo, con la classica espressione da Don Abbondio, a fissare nel vuoto domandandovi: «H.H.Ewers! Chi era costui?»

Vediamo allora di colmare la lacuna.

11 marzo 2017

Scrivere è un mestiere pericoloso, seconda parte: SCRITTORI CHE MUOIONO MALE

Secondo appuntamento con la rubrica che vede il buon gusto e ci gira al largo.
Se nell'articolo precedente abbiamo parlato di quegli scrittori che, a un certo punto della loro vita, scompaiono senza dare spiegazioni (dimenticando un personaggio come Villon, che imperdonabile mancanza), da questo momento in poi viriamo decisamente al tetro.
Ora, vi avverto prima ancora che leggiate: non proseguite oltre.
Date fuoco a computer, tablet, macchine da scrivere e calamai.
Scrivere fa male alla salute.
Davvero.

Da ora in poi, ogni storia che leggerete si concluderà malamente
con
la 
Morte.

9 marzo 2017

INTERVISTA A VITO DI DOMENICO. PARTE SECONDA. L'EDITOR E LO SCRITTORE


Come promesso, proseguiamo la nostra chiacchierata con Vito Di Domenico, curatore di Altrisogni vol. 3 nonché testa che sta dietro al polposo (nel senso di bestia marina) progetto Altrisogni. Che messa così fa molto Hydra. 

Ma non tergiversiamo.

Se ieri Vito ci ha spiegato come è nato Altrisogni, e come si arriva a comporre un'antologia di Aa.Vv. in modo che il bouquet di storie sia bello a leggersi, oggi approfondiamo quella parte del lavoro che molti sembrano ignorare (quando non apertamente esecrare) che va dietro il nome di editing. 
E vi vedo, lì, che fremete e limate le punte delle stilografiche (che poi non scrivono più, v'avverto). Ma prima di armarvi leggete, ok?

Dopo un approfondito excursus sul suo lavoro di editor, proseguiremo parlando di cosa devono fare gli autori che vogliono emergere davvero, del fantastico in Italia (e già mi fa male una costola) e chiuderemo con un titolo da leggere prima di morire, da ficcare subito in wishlist (io già ce l'ho, eheh).

Curiosi?
Ecco che si va. 
Buona lettura!