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ROSEMARY'S BABY, Ira Levin - Recensione

"Ma...", obiettò Rosemary, "ogni tanto di cose orrende forse ne capitano un po' dappertutto, in ogni palazzo."
"Ogni tanto", replicò Hutch. "Il punto, però, è che al Bramford di cose orrende ne capitano molto più spesso che 'ogni tanto'" [Rosemary's Baby, Ira Levin, Attilio Verardi, Edizioni SUR, 2015, p.22]
Se c'è una cosa che ho imparato, col tempo, è che so riconoscere quasi sempre un colpo di fulmine letterario. Quel "sì, lo voglio (leggere)" che diventerà un imperativo categorico una volta letta un'opera qualsiasi di questo autore e che mi porterà ad annegare tra le pagine scritte e da scrivere, accumulando compulsivamente tutto ciò che avrà prodotto, frenando a stento questa fame di lettere. 
Sapevo che con Ira Levin sarebbe stato colpo di fulmine. 


La prima volta che misurai tra le mani La donna perfetta avevo tutti i sintomi classici dell'infatuazione: desiderio di lettura e timore di iniziarlo perché sarebbe finito troppo presto. E così è stato. Il dramma, una volta chiuso il romanzo, fu scoprire con orrore che, oltre al fatto di aver pubblicato pochissimo, nessuno dei suoi romanzi (a parte quello che avevo appena letto) erano più in commercio.
Le maledizioni...

Ira Levin, mi resi conto con orrore, faceva parte di quegli autori che scompaiono dalla circolazione senza motivo. E questa cosa andrebbe anche fatta presente agli editori sempre affamati di "voci nuove", perché le "vecchie" non hanno meno da offrire ma certo, se nessuno li pubblica, se le biblioteche non li possiedono, quelle voci chi vuoi che le senta? Fanno l'eco nella polvere delle librerie dimenticate. 
E questo è un male.

Poi, mentre maceravo nel dolore e spulciavo sui siti di vendita di libri usati alla ricerca dell'innamorato perduto, ecco che Edizioni SUR se ne viene fuori con un recupero proprio di quell'Ira Levin scacciato ai margini dell'editoria contemporanea e ripubblica in una bella-bella veste grafica il suo romanzo più noto: Rosemary's Baby.
Voi non mi avete sentita, ma quando ho letto la notizia ho lanciato un urlo di gioia che neanche la Morrigan su un campo di battaglia.

Titolo. Rosemary's Baby
Autore. Ira Levin
Traduttore. Attilio Veraldi
Editore. SUR (collana BigSur)
Anno. 2015 (1967)
Pagine. 253
Prezzo. 15,00 € (cartaceo) 9,99€ (epub)

Così questa, che nelle intenzioni è una recensione, di fatto è un pretesto per parlare di questa muffa che attecchisce nel cuore degli editori grandi e grossi che dimenticano, in maniera costante, ciò che di buono è stato scritto. Autori che sedimentano, sotto strati e strati di pagine che piano piano ingialliscono e marciscono. Diventano fossili. Li calpestiamo senza accorgercene. E finiamo per ignorare quanto hanno contribuito a plasmare gli scrittori che leggiamo oggi, i moderni, le "voci nuove".

Come in La donna perfetta, anche in Rosemary's Baby la protagonista è una donna all'apparenza forte, intraprendente e combattiva, ma in realtà ancorata senza scampo a quella che è la mentalità precedente le lotte femministe. Rosemary si dice emancipata, ma la sua è una finzione e Ira Levin è un geniaccio e in semplicissime scene di vita quotidiana ci mostra quanti pregiudizi e stereotipi, quanto bigottismo avviluppi la sua protagonista. Rosemary è una ragazza di campagna che ha paura di chiunque sia diverso da lei, dalla coppia gay che abita al suo stesso piano alle afroamericane che fanno il bucato nella sala lavanderia; è atea ma solo nominalmente e solo per compiacere suo marito. E alla fine si associa a quell'unica coppia che sembra condividere con lei i suoi pregiudizi e timori: i vecchi coniugi Castevet. 

Ma il punto migliore dell'ironia caustica di Ira Levin si trova nella sua descrizione del rapporto tra Rosemary e e suo marito: nonostante le sue pretese di "libertà", infatti, Rosemary si incastra alla perfezione nel ruolo di moglie perfetta, quella che sacrifica la sua felicità e indipendenza per sostenere il marito, quel Guy che ogni volta che appare vorresti plasmargli la faccia a suon di schiaffi. Tanto che la sua "battaglia" per abitare nel Bramford è una delle scene che permette di vedere il personaggio nel suo vero essere: una donna prigioniera di uno stereotipo che vuole la casa perfetta per la costruzione della sua perfetta famiglia. E Guy l'asseconda, come farebbe un vecchio capo famiglia, e solo in previsione di un proprio personale tornaconto.

Se Rosemary è la donna emancipata solo a parole, Guy è il tipico esempio di uomo egocentrico ed egoista, che agisce solo per se stesso. Ed è così pieno di sé che non ha mai un cedimento, per tutto lo spazio del romanzo: plagia, sfrutta, soggioga e segrega sua moglie. Non è mai attraversato da un dubbio. Rosemary per lui è un oggetto, un grimaldello da usare per ottenere ciò che più desidera: successo, denaro e donne. 
Quel tipo di uomo che fa proprio piacere avere in giro per casa...

A questa relazione, che è il perno della storia (e, di fatto, una tematica che torna e viene analizzata meglio in La donna perfetta) viene dato come scenario il Bramford, un enorme palazzo dal fascino gotico e pieno di misteri, alloggio di occultisti, streghe, cannibali e omicidi. 
Qui Rosemary viene a poco a poco trascinata in un delirio di paure e timori. Isolata dai suoi amici, quando scopre di essere incinta viene progressivamente privata della sua autonomia: ogni azione, ogni decisione, viene presa da altri. E lei asseconda queste scelte. Fino a quando un guizzo di amor proprio non la porta a mettere in dubbio le vere intenzioni di chi la circonda. Ma allora sarà troppo tardi.

"No", ripeté lei, "No", col coltello abbandonato sul fianco. "No. Non è possibile. No."
"Guarda le sue mani", disse Minnie. "E i suoi piedi."
"E la sua coda", aggiunse Laura-Louise.
"E le punte delle sue corna", disse Minnie. [Rosemary's Baby, Ira Levin, Attilio Verardi, Edizioni SUR, 2015, p.245]

Con un linguaggio semplice e diretto, Ira Levin centellina la suspense con quello che è il suo stile: attraverso la "lista della spesa" delle azioni quotidiane della protagonista. Uno stile che personalmente ho adorato e che è proprio una sua costante: attraverso la ripetizione, la descrizione puntigliosa delle azioni di Ro, entriamo a far parte della sua vita. Avvertiamo che qualcosa non va ma facciamo fatica a rendercene conto. Con la coda dell'occhio captiamo segnali, strane ombre... Ma c'è la spesa da fare, il bucato da portare in tintoria. Ripetiamo giornalmente le stesse azioni, eppure ogni giorno sembra diverso dal precedente. Finché è troppo tardi per tornare indietro e salvarsi. 

Da leggere? Sì, senza neanche domandarselo.

Buone letture ♥

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Commenti

  1. Ciao! :) Hai scritto davvero un post interessante, sia perché il libro mi ispirava ma ora, dopo aver letto la tua recensione, so che devo assolutamente leggerlo,e sia perché la riflessione che fai sugli autori che spariscono dalla circolazione è davvero interessante :)

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    Risposte
    1. Ciao Sian: ma certo che devi leggerlo (poi, mal che vada, verrai a cercarmi a casa XD) perché davvero di Levin non si riesce a fare a meno. è più che interessante: è un vero e proprio cult ;)

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  2. Quando ho visto che di Levin si trovava solo La Donna Perfetta ci sono rimasta malissimo. Mi era già successo con Un albero cresce a Brooklyn di Betty Smith: ora credo sia stato ristampato, ma io ho un'edizione che cade a pezzi trovata miracolosamente su ebay.
    Non capisco perchè questi vecchi classici, che come dici hanno ancora tanto da dire, non vengano resi disponibili almeno in digitale. Alla fine ti obbligano a scaricare perchè altrimenti non puoi leggere determinati libri. E spero davvero che questo ritorno in libreria di Rosemary's Baby sia positivo per un eventuale ristampa de I ragazzi venuti dal Brasile (ง︡'-'︠)ง
    Detto questo, complimenti per la recensione: anche io, quando lo lessi, trovai interessantissima la dissonanza tra quello che pensa Rosemary della sua vita e quello che invece le capita. Levin è veramente bravo a descrivere l'abuso psicologico e la manipolazione: fanno più paura quelli della parte sovrannaturale ⊙﹏☉

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    1. Ciao Kate! Allora, tieniti forte perché SUR pubblicherà anche "I ragazzi venuti dal Brasile" *\(^.^)/* e sì, la relazione tra Ro e Guy è la parte più spaventosa del romanzo (e di poco inferiore a quella tra le protagoniste di La donna perfetta e i loro mariti) e Levin giocava moltissimo su questo doppio binario, cosa dovresti temere di più: il diavolo con le corna dipinto nei testi sacri o l'uomo che ti dorme accanto nel letto?
      Comunque Guy è un personaggio odioso come pochi, eh... XD

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