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GLI EREDI DELLA TERRA, Kate Wilhelm. Recensione

Premio Hugo nel 1977, Gli eredi della Terra di Kate Wilhelm (titolo oiginale Where late the sweet birds sang) è un romanzo sull'uomo e sull'amore, sul desiderio di appartenenza e di libertà. 


Strutturato in tre parti, con una forma di narrazione che potremmo definire "circolare", il romanzo della Wilhelm prende l'avvio da una fine che sembra inevitabile: decimata da una pandemia, l'umanità superstite, composta da individui del tutto sterili, sembra destinata all'estinzione. L'ultimo avamposto dei pochi uomini ancora in vita, una fattoria, viene riconvertito in un complesso centro di ricerca nel quale viene messa a punto una tecnica velocizzata di clonazione grazie alla quale la specie umana può continuare a esistere. 
Celia e David fanno parte dell'ultimo nucleo di individui originali, vivono nella fattoria occupandosi dei primi cloni. Sono cugini e amanti, di un amore che parte da lontano, dall'infanzia, e che viene vissuto con strazio e rancore, perché vietato dalle convenzioni sociali. Su questo amore contrastato e impossibile, tragico e struggente ruota la prima parte del romanzo della Wilhelm, mentre sullo sfondo si assiste alla messa a punto di quella che diventerà, col tempo, una cittadella di copie infinite di uomini e donne.


Con il blocco centrale siamo a generazioni di distanza dalla fine del mondo. Nella fattoria la vita procede come in una teoria di specchi, regolata da leggi immutabili e fisse che non ammettono deviazioni di sorta. Gli individui vengono allevati in coppie di sei copie identiche e omogenee, che risultano talmente connesse da subire il dolore e i sentimenti degli altri fratelli o sorelle anche a chilometri di distanza, e da rendere il distacco doloroso e destabilizzante come un'amputazione. 
In questo mondo di uomini e donne identici ma privi di identità, il bisogno di recuperare materiali e informazioni dall'esterno rende necessaria la formazione di squadre esplorative e la conseguente separazione dei gruppi di gemelli. Ma qualcosa accade durante la prima delle spedizioni, e l'individualità , la personalità, sboccia in Molly e Ben, li porta a innamorarsi e a generare un figlio, un individuo unico, contravvenendo alle regole del gruppo che li emargina, condannandoli.

Questo individuo unico, il primo ad essere creato ed educato al di fuori del sistema della comunità è Mark. E Mark è il fulcro dell'ultima parte del romanzo. 
Mentre i cloni perdono progressivamente la capacità di astrazione e creazione, trasformandosi, di generazione in generazione, in soggetti incapaci di pensare e vedere (i nuovi cloni, ad esempio, soffrono di acromatopsia, cioè non vedono i colori*) e condannando di fatto la comunità all'estinzione perché non più in grado di risolvere autonomamente problemi semplici, come spegnere un incendio, o complessi, come riparare i computer delle incubatrici, Mark è l'unico a rendersi conto del pericolo e a fare di tutto perché l'uomo non scompaia, e per questo rischierà più volte la morte. 

Lei sapeva, pensò Mark. Essere sempre un'unica persona, nei campi, sulla soglia di una stanza affollata, sulla riva di un fiume o sull'oceano. Essere soli. Sempre. Lei sapeva ciò che significava. [Gli eredi della terra, Kate Wilhelm, trad. di G. P. Sandri, Editrice Nord, p. 166]

Con una traduzione meglio curata avrei di sicuro apprezzato meglio la storia, che tuttavia si è rivelata una lettura appassionante per il modo in cui la Wilhelm tratta allo stesso tempo due temi importanti: cosa definisce un individuo e quale limite dare all'amore. Rinunciare per compiacere gli altri o accettare l'esclusione, pur di essere felici?

La quadrilogia di Lois Lowry* sembra essere in forte debito con questo romanzo, soprattutto per quanto riguarda il meccanismo di riproduzione (gli individui non possono essere clonati all'infinito, per cui le donne fertili vengono recluse in un complesso dove sono drogate e inseminate artificialmente fino alla morte) e la lotta di Molly per riavere con sé suo figlio Mark. 
Ma, tralasciando i parallelismi, l'opera della Wilhelm è un articolato inno all'amore e alla libertà, intesa come diritto di ciascuno ad essere se stesso, senza per questo dover subire l'emarginazione o l'isolamento. Sulla solitudine come condizione innata dell'uomo e sul bisogno di colmarla con l'amore.
In un mondo di cloni che si conformano a mode, comportamenti e idee Gli eredi della terra è un romanzo che invita ad essere, senza compromessi, senza rinunce.



*l'acromatopsia è un altro degli elementi in comune con l'opera della Lowry.

Buone letture ♥

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