19 dicembre 2016

TUTTI GLI UOMINI SONO MORTALI, Simone de Beauvoir - Recensione

Detestava quelle stanze d'albergo, stanze anonime, dove centinaia di persone erano passate senza lasciare traccia di sé, dove lei stessa non avrebbe lasciato nessuna traccia. [Tutti gli uomini sono mortali, Simone de Beauvoir, trad. Giancarlo Vigorelli,, Oscar Mondadori, p. 28]

Se vi si desse l'opportunità di diventare immortali, accettereste o rifiutereste terrorizzati?
Vi abbandonereste alla vita eterna oppure accettereste di vivere fino in fondo la vostra condizione di esseri finiti destinati, alla fine di tutto, a scomparire diventando polvere e nient'altro?


Aspettate a darmi una risposta, perché sto per parlarvi di un uomo, Fosca, che accettò di diventare immortale. 
E Tutti gli uomini sono mortali, terzo romanzo della de Beauvoir, è la sua storia, sono le storie dell'uomo che vive in eterno ed è già morto, che non potrà mai davvero morire. È la storia delle donne e degli uomini che incontrò e amò. E del sonno, il riposo, costantemente cercato e sempre, tragicamente irraggiungibile.



È la seconda volta che leggo questo romanzo
È l'unica opera della de Beauvoir che abbia mai letto, grazie anche alla Biblioteca comunale che ne conserva una copia. Tutti gli uomini sono mortali è anche quel romanzo che cerco con ossessione ad ogni mercatino, perché fuori catalogo da una vita. 

Rileggendolo oggi, mi sono accorta di quanto mi abbia influenzata la sua lettura, dieci anni fa. La prosa della De Beauvoir e, soprattutto, il modo (ripetitivo, ma a suo modo ipnotico) di narrare la vita di Fosca, hanno messo radici nel mio serraglio delle immagini, il bacino da cui attingo per le mie storie. 
E allora il tema della vita e della morte, dell'uomo e della sua esistenza, che in Tutti gli uomini sono mortali è parte centrale alla narrazione, sono diventati parte di me e delle mie creature. 
E quel finale, lacerante come un grido, a tutt'oggi tra le mie chiusure preferite.

Sono pochi i libri che ti segnano. Quando questo accade, vale la pena fermarselo nella memoria. Così, nell'ipotetica lista dei dieci libri che vorrei tramandare ai posteri, questo vi rientra a pieno titolo.
Ma procediamo con ordine.

Il romanzo è suddiviso in cinque parti. L'inizio, un lungo prologo alle sezioni successive, vede Regine, un'attrice di teatro ambiziosa e affamata di memoria, che si imbatte in Fosca, un uomo misterioso che sembra non fare altro che dormire nel giardino dell'albergo in cui si trova. Regine gli si avvicina e lo risveglia, costringendolo a tornare in vita. 

«Ci sono momenti nei quali il tempo si ferma». Si guardò a lungo le mani: «Momenti nei quali si è al di là della vita e si ha il dono della veggenza. Poi il tempo riprende a scorrere, il cuore batte, allunghi la mano, metti avanti un piede.; sai ancora, ma non hai più il dono di vedere.» [Tutti gli uomini sono mortali, Simone de Beauvoir, trad. Giancarlo Vigorelli,, Oscar Mondadori, p. 33]

Fosca le confessa di essere immortale e all'inizio Regine ne è entusiasta. Un uomo immortale porterà sempre con sé il suo ricordo, tramanderà ai posteri, tra cento o mille anni, che grande attrice fosse. Sarà ancora viva, nella memoria, nella parola. Così fa in modo che lui si innamori di lei, ma quando raggiunge il suo scopo la presenza di Fosca si fa subito minacciosa e soffocante. Non c'è nulla che lo interessi o appassioni. Si trascina come un morto, tra uomini che non sono altro che formiche, l'una identica all'altra. Spaventata Regine tenta di respingerlo, ma ormai il tarlo è entrato nella sua mente, nel suo cuore. 
Gli chiede di raccontargli della sua vita, del perché sia diventato immortale, che ne è stato di tutto ciò che ha visto.
E Fosca racconta, e ogni racconto è un puntello alla disperazione. Nonostante abbia vissuto secoli, incontrato e forgiato imperatori, sovrani e condottieri, sono pochi i suoi ricordi, infinitesimali le figure che sembrano avere ancora una qualche importanza. Il figlio Antonio, che muore a vent'anni per una notte di gloria, Beatrice, la cui felicità sarebbe stata essere infelice; Carlo V che è spinto a formare un Impero soggiogato da Fosca, che desidera un mondo di persone felici e al riparo da guerre, un mondo di uomini fatti di pietra. C'è Carlier, l'esploratore, che ama Fosca e che alla fine si suicida perché quell'amore gli ha tolto ogni speranza di essere ricordato tra gli uomini, di aver fatto qualcosa di straordinario, vivendo come aveva sempre sognato da ragazzo. C'è Marianne, l'ultima moglie che, scoperta la sua immortalità, sente di aver sprecato una vita accanto a un uomo che l'amava senza amarla davvero. E poi Armand, il rivoluzionario e Laure, l'ultimo amore non corrisposto

«Se tu fossi mortale, vivrei in te sino alla fine del mondo, perché la tua morte sarebbe per me la fine del mondo. Mentre così morirò in un mondo che non finirà mai.» [Tutti gli uomini sono mortali, Simone de Beauvoir, trad. Giancarlo Vigorelli,, Oscar Mondadori, p. 307]


Nel romanzo della De Beauvoir Fosca sembra vivere in una spirale di costanti innamoramenti e desolanti sconfitte. 


L'uomo che aveva paura di morire finisce per avere paura di una vita che è come morte, priva di passioni e desideri, perché nulla di ciò che otterrà sarà mai una vera vittoria, e ad ogni pace seguirà una guerra, ogni trionfo rovinerà nella sconfitta e sopra i cadaveri di centinaia di uomini, donne e bambini si costruiranno imperi destinati a bruciare in un lampo.

Il sogno di dar vita a un Impero, un molosso di stati governati da un uomo immortale si infrange davanti alla consapevolezza che nulla è eterno e che gli uomini, pur mutando in modi e linguaggi, restano sempre le stesse creature, animate da desiderio, passioni e tumulti interiori. 

Avevamo distrutto un mondo, e l'avevamo distrutto per niente. [Tutti gli uomini sono mortali, Simone de Beauvoir, trad. Giancarlo Vigorelli,, Oscar Mondadori, p. 226]

Che la stasi, la perfezione di un mondo in pace perenne, è desiderio di un mondo di morti, privi di qualunque spinta che li faccia sentire vivi. 
Quello che Fosca sogna, nei primi secoli di immortalità, è un mondo di cadaveri, e quando si rende conto di questo, inevitabilmente, è costretto a scendere a patti con la sua nuova condizione: la felicità presuppone l'infelicità, la pace è tale solo se vi è il costante pericolo di una guerra. Solo allora la si apprezza, si apprezzano momenti, istanti, che nell'eternità che gli si schiude davanti non sono che frazioni infinitesimali, polvere. Nulla.

Neanche l'esplorazione del mondo gli è di conforto, perché persino il mondo è limitato in estensione ed esperienze. Né lo studio dei corpi minuscoli, le indagini scientifiche, possono appagare un uomo che, già sa, vivrà abbastanza a lungo da vedere svelati i misteri dell'infinitamente grande e piccolo, senza che questo comporti un mutamento della costante umana, che è la ricerca di una lacrima di felicità, che spesso si paga a prezzo carissimo, in un modo che Fosca non riesce a capire più perché non gli appartiene.

Svincolato dal destino degli uomini, Fosca si muta in altro, un dio terreno, impotente e solo. Un essere infelice e che porta infelicità a chi incontra, perché lo infetta con la consapevolezza che nulla ha senso, che tutto verrà dimenticato, che l'umanità è una poltiglia di volti e azioni, di parole e desideri, incessantemente rimescolati dal tempo che passa. 

Quando assiste alla Rivoluzione francese, per un istante crede di essersi sbagliato e cerca di richiamare a sé l'immagine di Marianne, l'appassionata donna, l'illuminista, l'ultima che abbia veramente amato. La immagina nel fiume di gente che corre ad assaltare la Bastiglia, finché si rende conto che ciò che sta immaginando non è sua moglie, ma l'idea di una donna a lei molto simile, la donna che sarebbe stata se fosse vissuta in quell'epoca. E poiché Marianne è già morta da un secolo, quella donna non solo non esiste più ma non è mai esistita. 
Marianne scompare come uno dei tanti fantasmi fagocitati dalla storia, dall'incessante ripetersi degli eventi, delle nascite e delle morti.

L'esistenzialismo, corrente filosofica di cui la De Beauvoir è una delle maggiori esponenti, è traccia ferma del romanzo. Romanzo che potrebbe apparire ripetitivo, poiché lo schema delle storie narrate da Fosca, del passato che già è qualcosa che non gli appartiene più, segue sempre lo stesso tracciato: l'incontro con un uomo o una donna portatori di un desiderio, il tentativo di Fosca di renderli felici, l'insuccesso e la morte. 

Ad ogni giro di giostra, Fosca cementa la sua convinzione che nulla abbia importanza, si astrae un po' di più da un'umanità che ha lasciato nel momento stesso in cui accetta di bere la pozione dell'eternità. 
L'uomo, si rende conto Fosca, ha bisogno di rischiare la vita per sentirsi vivo. Ogni volta che si intromette, salvandone qualcuno, di fatto lo condanna a morte. All'inerzia. All'abbandono. Perché privi del rischio, della paura e anche del dolore, agli uomini non resta nulla. Se non attendere la fine, di venir risucchiati via, lontano dalla storia.
È quell'orrore che Conrad sintetizza molto bene in Cuore di Tenebra, e che travolge Regine non appena l'uomo immortale svanisce all'orizzonte, portandosi con sé le sue speranze di gloria, di fama eterna. Lasciandola filo d'erba tra migliaia di fili d'erba tutti irrimediabilmente uguali, superflui, e già condannati.


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